Le ali del Vento
Garrincha non è stato solo un calciatore, è stato un destino, che sapeva toccare il cuore e non solo il campo, Pelè è stato il più grande, lui la leggenda.
Mané Garrincha era chiamato così perché quando correva sembrava che il vento lo portasse via.
Aveva una gamba più corta dell’altra, un difetto che per chiunque sarebbe stato un limite.
Per lui, invece, era magia pura: dribblava come se danzasse, come se il mondo fosse leggero.
Non giocava: incantava.
Morì povero, dimenticato, in una
baracca nel 1983, consumato dall’alcol e dalla tristezza.
Una fine che sembra uscita da un romanzo ottocentesco più che da una carriera
sportiva.
Ma proprio questa fragilità lo rende eterno.
Era un uomo che sapeva regalare felicità agli altri, ma non a se stesso.
E la sua storia d’amore con Elza Soares, è stata una poesia tragica.
Si incontrarono all’inizio degli anni ’60.
Lei, Elza Soares, era già una voce unica: roca, potente, nata dalla favela e temprata dalla sofferenza.
Lui, Garrincha, era la gioia del Brasile, l’uomo che dribblava come se il vento lo portasse via.
Quando si guardarono, fu come se due anime ferite si riconoscessero.
La loro relazione fu immediata, magnetica, inevitabile.
Si amarono come due persone che hanno conosciuto troppo dolore e che, per un attimo, trovano rifugio l’una nell’altra.Ma quell’amore aveva un prezzo altissimo , la stampa li attaccò ferocemente , la società li giudicò, la famiglia di lui non accettò Elza el’alcolismo di Garrincha iniziò a peggiorare
Eppure, nonostante tutto, non riuscivano a lasciarsi.
Ed è stata la donna che lo amò fino all'ultimo.
Elza Soares era una donna fortissima.
Aveva conosciuto la fame, la violenza, la miseria.
Eppure, con Garrincha, mostrò una dolcezza infinita.
Lo curò, lo sostenne, lo difese.
Ma l’alcol era un avversario più grande di lei.
Gli ultimi anni furono durissimi con lui sempre più dipendente, lei sempre più stanca, la povertà che tornava a bussare, la salute di Garrincha che crollava
Eppure Elza non lo abbandonò mai davvero.
Quando lui morì, nel 1983, povero e dimenticatoin una baracca, lei disse una frase che è rimasta nella storia:
“Garrincha è stato il più grande amore della mia vita.
E anche il mio più grande dolore.”
Gli aneddoti tra Garrincha ed Elza Soares sono così intensi che sembrano scene di un film neorealista brasiliano: amore, miseria, genio, tragedia.Ve ne racconto alcuni tra i più forti e veri, quelli che rivelano la loro anima.
Quando si incontrarono, Elza era già una cantante famosa.
Garrincha, vedendola, le disse una frase che lei ricordò per tutta la vita:
“Che mondo è questo che mette una voce così in un corpo così piccolo?”
Lei rise.
Lui si innamorò.
Fu un colpo di fulmine reciproco, quasi infantile nella sua purezza.
Garrincha era già schiavo dell’alcol.
Un giorno si presentò da Elza con una cassa di birra in spalla, come fosse un mazzo di fiori.
Lei gli disse:
“Mané, questo non è amore. È un problema.”
Lui rispose:
“Ma io sono fatto così.”
E lei, invece di scacciarlo, lo abbracciò.
Era una donna che aveva visto troppo dolore per giudicare.
Una volta, dopo un litigio, decisero di scappare insieme.
Salirono su un autobus pubblico, come due ragazzi qualsiasi.
Quando la gente li riconobbe, fu il caos i giornali, politici, mormoni, cattolici, moralisti tutti a giudicare.
Ma loro, seduti vicini, ridevano come due adolescenti. Ma un giorno come nelle favole Disney la madre di Elza mori per causa sua.
Garrincha, ubriaco, ebbe un incidente d’auto.
Con lui c’era la madre di Elza, che morì sul colpo.
Fu una tragedia immensa.
Elza non lo abbandonò, ma da quel giorno qualcosa si spezzò per sempre.
Lei disse:
“Ho perso mia madre e ho perso Mané nello stesso istante.”
Quando Garrincha morì, povero e dimenticato, Elza andò a vederlo.
Lo guardò e disse:
“Tu sei stato la mia gioia e la mia rovina.”
E poi cantò per lui, piano, come una ninna nanna.
Nessuno l’aveva chiesto.
Lo fece perché era l’unico modo che conosceva per dirgli addio.
Erano due anime ferite che si erano riconosciute.
Troppo simili per salvarsi, troppo legate per lasciarsi davvero.
Da calciatore e non da uomo comune invece i brasiliani dicevano che quando lui giocava Dio si sedeva sul ciglio del campo a osservarlo
Garrincha aveva una gamba più corta di 6 centimetri e le ginocchia storte verso l’interno.
Qualunque medico avrebbe detto:
“Non potrà mai giocare.”
Lui invece dribblava come se la natura avesse sbagliato apposta per renderlo unico.
I difensori non capivano da dove arrivasse il movimento.
Era come cercare di fermare una farfalla con una rete da pesca.
Il suo dribbling era così assurdo che i difensori, dopo un po’, ridevano dalla disperazione.
C’è un aneddoto famoso:
in una partita, Garrincha superò lo stesso difensore tre volte di fila, poi si fermò, lo guardò e gli disse:
“Vuoi che passi anche la quarta?”
E lo superò di nuovo.
Era un bambino che giocava per divertimento, non per vincere.
Garrincha aveva un dono raro:
dribblava verso il fondo e poi metteva un cross perfetto, sempre uguale, sempre preciso.
Pelé diceva:
“Con lui bastava aspettare il pallone. Arrivava sempre.”
Era come se avesse un accordo segreto con il vento.
Quando Pelé si infortunò, prima dei mondiali, tutti dissero:
“Il Brasile è finito.” Garrincha rispose in campo, gol di destro, gol di sinistro, gol di testa, assist, dribbling impossibili
Portò il Brasile al titolo mondiale quasi da solo.
Fu il suo Mondiale, la sua poesia più alta.
In campo rideva sempre.
Era felice solo lì.
Fuori, la vita lo feriva.
Dentro il rettangolo verde, invece, era libero come nessuno.
Il Brasile e il mondo scoprì che quel ragazzo con le gambe storte, nato nella miseria più profonda, riusciva a fare cose che nessun altro essere umano aveva mai fatto con un pallone.
Non era solo talento.
Non era solo tecnica.
Era qualcosa di più sottile, più misterioso, più… spirituale.
Quando prendeva palla, succedeva qualcosa che non si poteva spiegare con la logica.
I difensori cadevano, il pubblico rideva, il tempo sembrava rallentare.
Era come se il calcio, per un attimo, diventasse pura gioia. E allora i brasiliani dicevano:
“Se Dio ha creato il calcio, quando Garrincha gioca si ferma a guardare.”
Non per giudicare, non per comandare.
Ma per il semplice piacere di vedere un uomo trasformare la vita in gioco.
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